Incontro con Carlotta Cardana

Spesso si inizia a fotografare per curiosità nei confronti del mezzo fotografico, trovandolo in casa da adolescenti. Per te come è stato scoprire la fotografia? Ricordi un momento in cui ti sei avvicinata alla macchina fotografica?

«Mio padre è sempre stato appassionato di fotografia e la prima macchina fotografica a cui mi sono avvicinata era la sua. La prima macchina fotografica che però mi ha fatto veramente emozionare è stata una polaroid che comprò per me e mio fratello verso la fine degli anni’80.».

©Carlotta Cardana, Marta, 27, intern in a publishing house. Roma/Paris, from 'the Fourth Freedom'.

©Carlotta Cardana, Marta, 27, intern in a publishing house. Roma/Paris, from ‘the Fourth Freedom’.

Lanciarsi nel mondo professionale significa esser consapevoli di avere delle competenze sulla base delle quali ricevere conferme che stimolino ad andare avanti. Quali esperienze, professionali e non, ti hanno rasserenata e dato sicurezza nel corso della tua giovane carriera?

«La fotografia è una professione estremamente solitaria ed è difficile avere conferme/certezze su quello che si sta facendo. Nel mio caso si è trattato di volere trasformare una passione in un lavoro e scommetterci tutto. Per un sacco di tempo sono stata insicura, senza sapere se, pensando di poter diventare professionista e giocandomi tutto,stessi commettendo l’errore più grande della mia vita. Molto spesso mi sono trovata a chiedermi se avesse senso continuare e cosa avrei fatto se un giorno mi fossi resa conto che in realtà la fotografia non faceva per me.

Gli eventi che mi hanno dato sicurezza e forza di continuare sono stati: il fotografo del mio paese d’origine quando mi chiese di collaborare con lui, il primo incarico da parte di una rivista a tiratura nazionale di un paese in cui vivevo da tre mesi (Messico), firmare il mio primo contratto di distribuzione con un’agenzia, pubblicare sul mio settimanale preferito e, ultimamente, essere nominata “Discovery of the Year” ai Lucie Awards a NY.».

Che rilevanza dai, all’interno della tua carriera, all’esperienza del workshop a NY? Cosa credi aggiunga questo tipo di iniziative alla formazione di un fotografo? Nel tuo caso, c’è qualcosa che professionalmente ti porti ancora dietro di quell’esperienza?

©Carlotta Cardana, from Withes & Brights.

©Carlotta Cardana 2012, from “Withes & Brights”.

«La formazione continua è un elemento fondamentale nel mio lavoro, perché non si smette mai di imparare e migliorare. Qualsiasi professione ha corsi di aggiornamento, lo stesso vale per la fotografia. Fare workshop con fotografi di successo e che ammiro mi insegna tantissimo: mi metto in gioco, mi permette di considerare le cose da un altro punto di vista e mi permette di avere feedback/consigli sul mio lavoro e su come continuare. Un workshop fatto lontano da casa, in un posto in cui vai esclusivamente per fare “fotografia assistita”, ti permette di staccare da tutto, non avere né distrazioni né scuse e concentrarti esclusivamente su un mini-progetto. In una settimana, passi attraverso le fasi salienti della produzione di un lavoro: la ricerca, il primo contatto con il tuo soggetto, lo sviluppo e la presentazione finale.

Infine, un workshop è una delle poche occasioni che si hanno per conoscere fotografi con gli stessi interessi e dalle cui esperienze puoi imparare tanto quanto, se non di più, che dal “docente”. Spesso con queste persone si crea un legame duraturo, che è una delle cose più importanti che un workshop può darti.

Per quanto riguarda il workshop che ho fatto a NY, ho apprezzato particolarmente la possibilità di conoscere e ascoltare grandi professionisti come, ad esempio, Alex Webb, Rebecca Norris Webb e Ashley Gilbertson.».

Cosa ti ha attratto e ti attrae, fotograficamente e antropologicamente, di NY?

«NY è una città stimolante che racchiude tanti piccoli mondi al suo interno, tante storie che hanno potenziale fotografico.».

Il tuo modo di fotografare ti costringe spesso a penetrare la quotidianità dei tuoi soggetti. Ti trovi sempre a tuo agio con loro?

«Il mio modo di fotografare si basa sulla creazione di una relazione tra me e le persone davanti al mio obiettivo. In un certo modo, la fotografia è l’ultimo scalino di un percorso, di un momento condiviso. È un procedimento lento, prima di fotografare qualcuno instauro sempre una relazione, sono l’antitesi dello “scatto rubato”. Se una persona decide di concedersi, permettendomi di fotografarlo/a, dare qualcosa in cambio mi sembra il minimo. Non sto parlando di soldi, ma di uno scambio umano. Difficilmente riesco a fotografare qualcuno con cui non mi sento a mio agio.».

©Carlotta Cardana 2013, Adriana & Thomas, from Mod Couples.

©Carlotta Cardana 2013, Adriana & Thomas, from “Mod Couples”.

©Carlotta Cardana 2013, Amanda & Jon, from "Mod Couples".

©Carlotta Cardana 2013, Amanda & Jon, from “Mod Couples”.

Prima del workshop a NY avevi già fatto diversi lavori. Ora, con il progetto Mod Couples, stai lavorando al tuo primo libro fotografico. Una tappa importante. Come sono stati i tuoi ritmi di lavoro negli ultimi anni?

«Oltre al lavoro “commerciale” cerco sempre di dedicare del tempo allo sviluppo di progetti personali. In genere però sono abbastanza lenta quando non lavoro su commissione. Difficilmente riesco a chiudere un progetto in meno di un anno o due e il tempo che dedico ai miei lavori personali dipende sempre da quanto sono impegnata nel lavoro di tutti i giorni. Non avendo scadenze è anche facile perdere il ritmo e abbandonare temporaneamente un progetto. Per mesi non ho scattato neanche una coppia per Mod Couples, fino a quando mi è stato proposto di fare un libro e mi sono rimessa in moto.

Ad ogni modo, il tempo che passo a produrre lavori nuovi è decisamente poco rispetto a quello che vorrei.».»

www.carlottacardana.com

Marco Cicolini

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