Incontro con Francesca Tosarelli

Spesso si inizia a fotografare per curiosità nei confronti del mezzo fotografico, trovandolo in casa da adolescenti. Per te come è stato scoprire la fotografia? Ricordi un momento in cui ti sei avvicinata alla macchina fotografica?

«In un clima equatoriale aiutavo mio babbo a mantenere la giusta temperatura degli acidi di sviluppo con dei cubetti di ghiaccio, soluzione improvvisata nel bel mezzo del Sertao, Brasile. Avevo 6 anni, i miei genitori lavoravano come cooperanti in un progetto di sviluppo e io vivevo un’infanzia felice e selvaggia. Da adolescente incontrai la lotta delle comunità zapatiste e la dignità dei profughi Saharawi, la figura mitica del fotoreporter –dalla quale ho impiegato poi anni a distanziarmi- si era già installata da qualche parte nel profondo. Nasco quindi come attivista, ma ho capito in fretta che la narrazione può esserne una forma di azione, e quella è l’espressione dove si manifestano meglio le mie passioni.» .

Lanciarsi nel mondo professionale significa esser consapevoli di avere delle competenze sulla base delle quali ricevere conferme che stimolino ad andare avanti. Quali esperienze, professionali e non, ti hanno rasserenata e dato sicurezza nel corso della tua giovane carriera?

«Avevo studiato storia dell’arte, fotografia, lavorato come assistente fotografa, ma non sapevo proprio se avrei avuto capacità sufficienti per trasformare la passione in professione. Dopo un lungo periodo nel Sud (Palermo e India) mi sono trasferita a Londra. Vivevo in uno squat –ricco prima di progettualità collettiva e di ketamina poi- e a malapena parlavo inglese. Lavoravo tantissimo, facevo ricerche, studiavo, ascoltavo webinar, partecipavo a conferenze, contattavo I fotografi che mi ispiravano e li inondavo di domande. Londra –anche se parte di una società estremamente classista- mi ha insegnato che la meritocrazia in qualche modo esiste, si manifesta se la cerchi. Cercare menti critiche con cui fare partnership e con cui condividere gli up and down del lavoro è la base per rompere la frammentazione e competizione storica dei freelance e per evitare un’inutile guerra tra poveri. Posso parlarti di ‘sicurezza’ come ‘non isolamento’ attraverso la collettivizzazione delle idee e dei problemi: nel mio caso specifico l’ho in parte affrontato con la creazione e l’evoluzione costante di Matchbox Media collective, una compagnia multimediale che vede la collaborazione di vari professionisti con capacità differenti, ma capaci di integrarsi, che studiano insieme nuove modalità e strategie di narrazione. I mesi di vita in Kivu, DR Congo, mi hanno confermato che inseguire con passione i sogni procura un alto rischio di assuefazione. Quell’esperienza mi ha resa vulnerabile per un verso, ma più forte per un altro. Insomma, ‘rasserenato’ e ‘sicurezza’ non sono dei vocaboli frequenti in questa generazione, ma cerco di trarre il meglio dalla situazione di instabilità e precarietà.».

©Francesca Tosarelli, Major Mathilde Samba, 31, and her husband Colonel Jean-Marie Labila, 49. Mathilde and Jean-Marie defected from the army and national police and joined M23 in November 2012. They sent their four children to Kinshasa. M23 compound, Rutshuru, (territory controlled by rebel group M23), North Kivu, DRC

©Francesca Tosarelli, Major Mathilde Samba, 31, and her husband Colonel Jean-Marie Labila, 49. Mathilde and Jean-Marie defected from the army and national police and joined M23 in November 2012. They sent their four children to Kinshasa. M23 compound, Rutshuru, (territory controlled by rebel group M23), North Kivu, DRC

©Francesca Tosarelli, Major Masika’s bedroom. In the frame is the younger sister Denadine. Masika, 26, has a business and accounting degree. She has fought in the rebel group Mai Mai La Fontaine and then in M23. In October 2012 she was severely beaten by Mai Mai rebels because of her decision to join M23 and now she can’t sleep at night in her house because of the danger of a repeat attack. Kiwanja, (territory controlled by rebel group M23), North Kivu, DRC

©Francesca Tosarelli, Major Masika’s bedroom. In the frame is the younger sister Denadine. Masika, 26, has a business and accounting degree. She has fought in the rebel group Mai Mai La Fontaine and then in M23. In October 2012 she was severely beaten by Mai Mai rebels because of her decision to join M23 and now she can’t sleep at night in her house because of the danger of a repeat attack. Kiwanja, (territory controlled by rebel group M23), North Kivu, DRC

Che rilevanza dai, all’interno della tua carriera, all’esperienza del workshop a NY? Cosa credi aggiunga questo tipo di iniziative alla formazione di un fotografo? Nel tuo caso, c’è qualcosa che professionalmente ti porti ancora dietro di quell’esperienza?

«E’ stato un momento importante. Prima dell’inizio della mia esperienza professionale, desideravo capire se avevo capacità narrative o meno. Erica e Andrew mi hanno accompagnata, stimolata, criticata, spinta, con tutto l’entusiasmo, la cura, la fermezza che un buon narratore deve avere per accompagnare uno studente nella ricerca del sè, del proprio linguaggio narrativo, dei contenuti. L’esperienza del workshop è stata una piccola conferma, una di quelle a cui si riferiva la domanda precedente. Sono molto grata a Erica e Andrew, si sono dati totalmente come raramente i fotografi riescono. Credo che ogni situazione che mette alla prova sia formativa. Nello specifico -essendo sempre in formazione- un fotografo dovrebbe potersi dare la possibilità di mettersi o rimettersi in gioco, farsi disintegrare nelle proprie certezze per scoprire e imparare altro.» .

Cosa ti ha attratto e ti attrae, fotograficamente e antropologicamente, di NY?

«Di NY mi ha rapita la diversità culturale e la coesistenza di realtà paradossalmente anni luce tra loro. Senza volerla mitizzare credo però che tutti avremmo bisogno di una piccola dose mensile nyrchese.».

Ho letto sul tuo blog che di ritorno dal Congo un giornale ha provato a rubare le tue foto. Com’è andata? Come sono i tuoi rapporti con le riviste e gli editori, quanto incidono sulle tue scelte professionali?   

«Viviamo in una società neoliberista nella quale la logica del profitto mette a dura prova tutti gli ambiti, quello dell’editoria, e della narrazione inclusi. Incontro spesso testate che mirano all’utilizzo del nostro lavoro in maniera ingannevole in cambio di una briciola di notorietà. Provo ad essere sempre lucida, mi rapporto con trasparenza e step by step imparo a prendere le distanze da chi non rispetta il mio lavoro. Per fortuna il mondo è fatto anche di bellezze, per cui abbastanza frequentemente incontro persone nel settore che ci credono e si battono perché certi diritti vengano preservati. Il rapporto con gli editori è per me in continua evoluzione, man mano che frequento questo ambiente ne decodifico logiche e regole non dette. Il mondo del mainstream è uno di quelli con cui collaboro ma non è il solo. Sono anni che lavoro sullo studio e sulla pratica del crowd-funding e crowd-sourcing, che non è un mediocre espediente in un contesto di crisi, ma è un’idea che necessita la creazione di un noi, un collettivo, una rete, e funziona attraverso una relazione organica con un audience non più passiva.».

This is what i love: freedom of expression in NY. E’ con questo progetto che ti sei avvicinata agli studi di genere?

 «No, è iniziato quando mi sono avvicinata a zone di conflitto (Libano, al confine con la Siria). Lì, mi sono interrogata immediatamente sulla dicotomia del soggetto passivo-attivo, femminile-maschile, e mi sono soffermata sulla ricerca dei ruoli femminili non passivi in aree di guerra. Da lì l’idea della ricerca sui ruoli attivi delle giovani combattenti nei conflitti contemporanei, che mi ha portata in Congo a lungo. La distinzione netta tra la definizione di maschile e femminile è inesistente, c’è un ampio territorio in mezzo che è puro laboratorio dei generi, e le zone di guerra non fanno che estremizzare  dinamiche che sono presenti in molte altre parti del mondo.».

©Francesca Tosarelli, Lieutenant Marimakile Kiakimuakisubua is training with her comrades. She does not declare her age. She studied until the second year of the secondary school. The main reason of her decision to join Mai Mai Shetani/FDP has been an attack from FDLR: they raped her mother and sister, she managed to escape. A week later she left school and joined the rebel group. Buramba military base, Nyamilima, North Kivu, DRC

©Francesca Tosarelli, Lieutenant Marimakile Kiakimuakisubua is training with her comrades. She does not declare her age. She studied until the second year of the secondary school. The main reason of her decision to join Mai Mai Shetani/FDP has been an attack from FDLR: they raped her mother and sister, she managed to escape. A week later she left school and joined the rebel group. Buramba military base, Nyamilima, North Kivu, DRC

Molti dei tuoi progetti riguardano realtà politiche e sociali delicate. Quale credi possa essere il contributo di un fotografo per queste popolazioni? E tu ti senti condizionata da queste realtà?

«Credo che un narratore debba essere onesto con se stesso e uccidere il più in fretta possible i falsi miti, interrogarsi sulle profonde motivazioni che portano a narrare e documentare realtà sociali vulnerabili, esposte a racconti stereotipati e dannosi. Il contributo di un fotografo o giornalista non è ovviamente quasi mai diretto, ma se fa bene la sua analisi critica, potrebbe lasciare un contributo politico-culturale che lavora nella società diversamente, ma non meno in profondità. Io mi sento condizionata e responsabile, e anche se provo a renderlo meno dannoso, so che il mantenimento del mio stile di vita deturpa, sfrutta e distrugge altre realtà. Raccontare –anche- il dramma, per me, significa immergersi nella storia e provare a dare la mia lettura attraverso una restituzione visuale che vorrebbe emozionare e interrogare.».

www.francescatosarelli.com 

Marco Cicolini

 

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