Questa settimana vi parliamo de L’inferno di Dante, l’ultimo lavoro della fotografa Valentina Vannicola. Spazio Labo’ ha ospitato l’autrice venerdì 18 novembre all’interno della serie Incontri d’autore, per la presentazione del libro legato al progetto, edito da Postcart a settembre 2011 e curato da Benedetta Cestelli Guidi.

©Valentina Vannicola, da
Valentina Vannicola ci conduce tra i gironi dell’ Inferno dantesco, con una serie di 15 fotografie a colori di forte impatto visivo e narrativo. Nel volume, oltre alle fotografie, si trova anche un poster estraibile del bozzetto preparatorio del progetto.
L’autrice realizza le immagini dopo un’approfondita lettura del testo da cui estrapola i passaggi che più stimolano la sua immaginazione per vividezza e forza espressiva. Ogni fotografia è accompagnata dalle terzine dantesche di riferimento come a voler sottolineare la traduzione in immagine di esse. Le fotografie della Vannicola meritano una visione lenta, senza fretta, come fosse una lettura. L’autrice vuole coinvolgere lo spettatore nella scena. A conferma di ciò, per garantire l’effetto narrativo della prima persona, utilizza lo stesso punta di vista di Dante favorendo un maggiore coinvolgimento di chi osserva. Lo sguardo cioè si colloca lì dove si è trovato quello del Sommo Poeta assecondando così una maggiore immedesimazione e partecipazione.

©Valentina Vannicola, da
È un lavoro che si colloca tra letteratura e fotografia. Riguardo la coraggiosa decisione di scegliere come tema la Divina Commedia, e in particolare l’Inferno, l’autrice afferma: “è l’opera letteraria che più di ogni altra è stata creata per essere enunciata in immagini. Il linguaggio dantesco plasma di per sé visioni e suggestioni, sia attraverso la descrizione diretta, sia attraverso figure retoriche che richiamano comunque aspetti visivi. La traduzione del poema per immagini è un processo naturale. La Divina Commedia è di per sé un racconto per immagini ed è impossibile resistere a una così spudorata tentazione”.
Le fotografie sono scattate solo dopo un’attenta ed estremamente curata messa in scena. Per questo motivo il lavoro della Vannicola può essere inserito all’interno della staged o set photography, tendenza in cui l’artista è regista ancor prima che fotografo. Il dialogo con alcuni artisti contemporanei, con alcuni capolavori della pittura occidentale e con il linguaggio della narrativa è inevitabile. In questo tipo di fotografia si presentano come reali scene costruite secondo le dinamiche proprie della cinematografia, realizzando dei veri e propri set .

©Valentina Vannicola, da
Non a caso l’autrice (nata nel 1982) è laureata in Filmologia all’Università La Sapienza e conosce bene dunque il linguaggio filmico e la potenzialità espressiva che può avere un’immagine “giusta”. L’estrema cura nella preparazione della scena, di cui lo scatto è solo l’atto finale, rende indispensabile la creazione di un bozzetto preparatorio. In proposito l’artista afferma: “Generalmente a me interessa non un’immagine ma quell’immagine, la scena che è già presente tra le righe dell’opera letteraria che sto analizzando, che memorizzo nel bozzetto e che poi vado a scattare”. Ciò permette anche un’economia dell’immagine in quanto una pellicola da 12 può contenere due o anche tre fotografie “buone”.
Osservando le immagini il paesaggio emerge come elemento centrale della messa in scena. È un paesaggio cupo, nebbioso, freddo e dai colori tellurici, che si fa partecipe delle pene dei personaggi danteschi. Si tratta della Maremma laziale, in particolare di Tolfa, luogo d’origine della fotografa: “Questi luoghi sono fissati indelebilmente nella mia memoria, sono le mie radici e ogni volta che affronto un progetto mi scorrono davanti come messe in visione da un vecchio proiettore di diapositive: tac, tac, tac…”.

©Valentina Vannicola, da
Così come l’Inferno di Dante così dunque anche quello della Vannicola è geograficamente collocato. Si nota poi quasi un rapporto di empatia tra la natura e i dannati. E i “dannati in braghe di lana”, ai quali la Vannicola dedica il proprio lavoro, sono persone comuni, compaesani e parenti, gente che l’autrice conosce da sempre, “assoldati” come protagonisti dell’Inferno dantesco. In proposito, ovvero nell’ “utilizzo” di attori dilettanti, è inevitabile un paragone con il Neorealismo italiano. È un tratto caratteristico di tutto il suo lavoro, la “creazione corale”. La comunità tolfetana cioè partecipa attivamente ai lavori della fotografa, sia interpretando i personaggi delle sue fotografie sia aiutando nel reperimento di elementi che faranno parte della messa in scena. Sono quasi sempre oggetti quotidiani, di famiglia.

©Valentina Vannicola, da
Afferma ancora l’artista: “Nella ricerca del materiale scenico spesso mi piace puntare l’attenzione sugli elementi appartenenti al mio patrimonio familiare o alla semplice quotidianità” proprio a sottolineare “l’importanza del tessuto comunitario in cui opero”. Inoltre l’utilizzo dell’oggetto obsoleto, di cui la Vannicola si definisce un’ adepta, serve anche a far sì che il reale faccia irruzione nella finzione, creando così una maggiore sensazione di estraneazione.
Ogni fotografia della Vannicola è un quadro vivo che oscilla tra fantasia e realtà. Già nei suoi lavori precedenti era possibile rintracciare i caratteri distintivi del suo stile. Risale al 2008 Nel Paese delle meraviglie, cui seguono Escape (dal Don Chisciotte) e La Principessa sul pisello, progetti con cui l’artista traspone le note opere letterarie. In questi casi il carattere delle fotografie è più ironico e comico, i personaggi bizzarri e i colori più sgargianti.

©Valentina Vannicola, da
Anche in questi lavori precedenti gli “attori” protagonisti sono gli abitanti della comunità tolfetana diretti con maestria dalla giovane fotografa, così come lo scenario è sempre la Maremma laziale. In essa si muovono strani personaggi. Una casalinga contemporanea un po’ demodé che “si rifugia” nel romanzo di Don Chisciotte sfuggendo a un noiosa quotidianità (ciò spiega il titolo del lavoro: Escape). La sua lettura fa sì che si materializzino sullo sfondo il cavaliere errante, Sancho Panza, cavalli e pecore. Vediamo un’ Alice che non è una graziosa fanciulla ma una donna di mezz’età alle prese con conigli, regine e castelli di plastic. Una principessa (La principessa sul pisello) goffa, spettinata e un po’ sfiorita. In questi lavori le immagini sovvertono l’ordine della narrazione classica e ne rivoluzionano i personaggi.
Tutto questo è il mondo fantastico di Valentina Vannicola. Un’artista che costruisce il suo racconto fotografico dal principio alla fine. È ideatrice, disegnatrice, costumista, scenografa, sceneggiatrice e, naturalmente, fotografa.
Il libro “L’inferno di Dante” è disponibile per l’acquisto presso il bookshop di Spazio Labo’: in seguito alla presentazione sono attualmente presenti alcune copie autografate.